Cosa fa il volontario digitale? Te lo racconta il Growth Hacker Filippo Scorza

La capitale del Kenya è in pieno fermento tecnologiche, incuriositi abbiamo intervistato l’ex studente di Growth Hacking Marketing Filippo Scorza

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siste un paese in cui si organizzano coding club per insegnare gratuitamente a bambini e ragazzi la programmazione e dove gli smartphone sono l’unica vera infrastruttura economica che traina l’economia. No, non stiamo parlando della Silicon Valley, ma del Kenya.

L’Africa, con i suoi circa 500 milioni di cellulari, è terreno fertile per progetti di sviluppo innovativi: la tecnologia mobile rappresenta il 70% dei progetti Ict4D

come spiega Anahi Ayala Iacucci, consulente per l’innovazione multimediale di Banca Mondiale, Onu. Curiosi di scoprire quanto più possibile sul fermento innovativo del continente africano abbiamo intervistato l’ex studente di Growth Hacking Marketing Filippo Scorza, che a Nairobi ha frequentato un Master in Innovazione Sociale e ha sviluppato un nuovo progetto per digital volunteers.

Ecco l’intervista.

T: Com’è nata l’idea di diventare un volontario digitale?

F: È nato tutto un po’ casualmente durante un Social Innovation Program che ho svolto a Nairobi. Durante quei cinque mesi di permanenza in Africa ho avuto la possibilità di entrare in contatto con il mondo delle startup locali e con il contesto della Digital Transformation in atto nel continente: stanno nascendo delle aziende davvero interessanti che operano, per lo più, nei settori delle comunicazioni, dell’educazione, IOT e dell’e-farming. Durante uno dei vari meet-up a cui ho partecipato ho conosciuto alcuni Developer che mi hanno parlato della loro formazione in un istituto che si chiama Tunapanda, situato nello Slum di Nairobi.
Ricordo molto bene il mio primo viaggio sul matatu, l’autobus locale, per andare a visitare quella scuola: in pratica attraversi la periferia della città in cui le case sono vere e proprie “baracche” costruite con lamiera ondulata e dove trovi chi vende frutta, vestiti, scarpe e beni di prima necessità direttamente in strada, su piccoli banchetti. In mezzo a quelle distesa di tetti c’è un’antenna altissima: è l’antenna di Tunapanda che diffonde gratuitamente il wifi per consentire l’accesso a internet a tutta l’area.
Mi sono innamorato di quello che quei ragazzi stanno veicolando alle nuove generazioni: corsi di coding gratuiti. Lezioni di 
Html, Css e Python supportare da corsi online su Coursera o canali YT alternate a lezioni su Business Model Canvas e 3D printer.
Mi sono offerto come volontario fin da subito in quanto avevo compreso il mio personale “perché” ovvero, il desiderio di partecipare a quel progetto condividendo il mio bagaglio di esperienze lavorative ed educative. È stato un modo diretto di aiutare qualcuno, partecipare al cambiamento, lasciare un segno o semplicemente una memoria. Per due giorni alla settimana abbiamo fatto lezioni di web design e coding e nel mezzo abbiamo fatto anche un po’ di growth hacking per incrementare l’engagement di nuovi studenti tramite un funnel ad hoc!

T: Cosa hai imparato sul digitale (e non solo) durante la tua esperienza in Kenya?

F: Il digitale deve mettere l’essere umano al centro del processo e questo significa generare valore. In molte aree in Kenya e non solo, vi è una carenza di copertura dati ma vi sono startup, quali ad esempio BRCK, che sono riuscite a portare i contenuti educativi nelle scuole delle zone rurali mediante delle soluzioni digitali facilmente replicabili. Quando viene abbattuta la barriera della connessione si sviluppano ulteriori servizi e applicativi che risolvono reali problemi alla popolazione e nuovi modelli di business, formazione e conseguente occupazione. Basti pensare a M-pesa, il sistema di pagamento via sms diffuso in tutto il Kenya, oppure M-kopa solar, azienda che distribuisce tecnologie domestiche alimentate con il solare mediante un modello di business di tipo pay per rent.

Credo che il digitale sia l’enabler che consente di far nascere soluzioni 2.0 a problemi quotidiani della popolazione o di trasformare modelli esistenti (sempre che non si voglia fare la fine di Kodak o Blockbuster!)

T: In che modo hai applicato il Growth Hacking nei tuoi progetti recenti?

F: Ho definitivamente capito che il Growth Hacking è diventato il nuovo marketing digitale e ho applicato tale disciplina in maniera intensiva dopo il Master. Non basta più acquisire e far attivare un utente: devi abituarlo e istruirlo al tuo servizio, devi fare in modo che il suo utilizzo diventi quotidiano, naturale se non addirittura trasparente (retention) e poi devi fare in modo che ne parli (referral).
Mi piace il Growth Hacking percheé è fatto da una moltitudine di esperimenti che molto spesso partono anche da idee creative e che poi vengono testati e monitorati per validare le assumption di partenza.

Ho applicato il Growth Hacking su Skillando, un progetto nato recentemente. È stato interessante fare test su Linkedin e riuscire a creare diversi touch point dopo aver sviluppato un dataset di utenti mediante Scraping. In sostanza, su circa 1100 contatti sono riuscito a portarne 320 sul sito ottenendo 82 subscription investendo una quindicina di ore lavorative (ho pubblicato tutto il processo in un mio post così che possa essere replicato da chi fosse interessato)

T: Com’è nata Skillando? Come immagini l’impatto e il futuro del progetto?

F: Skillando è nato sulla base della mia esperienza quale volontario digitale: noi Millennials siamo cresciuti nel digitale e abbiamo ottime competenze in svariati ambiti. Così come ho fatto io insegnando coding e facendo growth hacking in quella scuola nello slum di Nairobi, chiunque può condividere le proprie skill e competenze nel digitale a favore di piccole organizzazioni, social ventures e startup africane: è un volontariato che va oltre la semplice donazione o la singola petizione che possiamo firmare online.
Developer, blogger, content creator, marketer, growth hacker: Skillando vuole spingere i singoli individui a creare un impatto, piccolo o grande che sia, condividendo le proprie competenze in cambio di vitto e alloggio. È un modo per essere un po’ meno turisti e un po’ più viaggiatori e consente di vivere bellissime esperienze con ragazzi di un’altra cultura proprio come è successo a me.

T: Qual è la tua North Star Metric oggi?

F: Fare focus su metriche quali retention o engagement è corretto ma la North Star Metric è qualcosa che va oltre il numero di like o il numero di conversioni. La mia NSM è l’impatto e, di conseguenza, la proposta di valore che veicolo ai miei utenti: per svilupparlo, devi innamorarti del problema e non della soluzione. Spendere più tempo a capire il problema permette di semplificare lo sviluppo della soluzione stessa e ti agevola nella definizione del product-market fit. Quando inizi a domandarti “quale impatto vuoi generare con il tuo servizio” diventa tutto più chiaro: è una questione di value proposition.

T: Cosa consiglieresti a chi si avvicina oggi al mondo del business digitale? In che modo il Growth Hacking può fare la differenza?

F: Il mio consiglio è quello di dedicare almeno mezz’ora al giorno a studiare quello che accade fuori dal tuo contesto lavorativo e, per farlo, ti consiglio un trucco: disinstalla FB dal telefono e converti quella abitudine in qualcos’altro! Mentre aspetti la metro, ad esempio, guardati un two minute paper su YT o un TED talk, leggi qualche blog sul machine learning, sulla blockchain o qualunque altro argomento inerente alle tecnologie e al digitale.
Il Growth Hacking, insieme ad alcuni libri capisaldi, mi è servito per sviluppare un metodo iterativo, razionale e rapido per testare quali canali marketing, contenuti e cluster di utenti performassero meglio per i servizi e le features che volevo sviluppare e/o rilasciare.
In sostanza, grazie ai dati e ai risultati degli esperimenti di Growth Hacking, riesci a definire la strada da percorrere e sulla quale investire tempo e risorse altrimenti è un po’ come andare a caso senza monitorare nulla di quello che stai testando.

T: Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

F: Nel 2018 voglio concludere la stesura di un libro al quale sto lavorando da qualche mese, terminare un corso da sviluppatore back end, profilare 500 social ventures africane su Skillando e avvicinarmi al mondo della VR. E poi mi piacerebbe andare sul Kilimangiaro…

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Tags: Growth Hacking Marketing

Pubblicato il: 12 Gennaio 2018