Lavoro e Digital Transformation: guida alle nuove figure professionali

Di Alessandro Braga, coordinatore scientifico del Master in Digital Transformation per il Made in Italy

S

iamo nel bel mezzo di una tempesta perfetta: ovvero una forte perturbazione non pericolosa di per sé ma che se si incontra con altre dalle caratteristiche simili genera qualcosa la cui potenza e impatto sono difficilmente prevedibili. No, non voglio parlare di meteorologia ma di trasformazione digitale:

un insieme di cambiamenti prevalentemente tecnologici, culturali, organizzativi, sociali, creativi e manageriali che genera nuove forme di prodotti e servizi far vivere esperienze

Parlando ad esempio dei soli sviluppi tecnologici stiamo vedendo modificarsi completamente gli ambiti di robotica, intelligenza artificiale, 3D printing, nanotecnologie, genetica, solo per nominarne alcuni. Con una grande differenza rispetto al passato: tutti questi sviluppi stanno lavorando insieme amplificandosi reciprocamente e dando vita a un tasso di innovazione e sviluppo mai visto prima.

Nel frattempo, accanto all’evoluzione tecnologica, anche gli scenari socio-economici,culturali, organizzativi sono soggetti a forti modifiche, e anche in questo caso le forze in gioco si mischiano e si intensificano fra loro.

È questa condizione di interrelazione che sta ponendo le basi per la rivoluzione più estesa e omnicomprensiva che l’uomo ricordi. Non che le precedenti rivoluzioni non siano state importanti. Basta cercare nelle memorie dei nonni per vedere contemporaneamente nascere l’aviazione industriale, l’accessibilità della luce elettrica e la mobilità su ruota diffusa e alla portata di tutti. Non sono state innovazioni trascurabili e il loro impatto ci è evidente anche oggi, però questa volta sta succedendo anche qualcos’altro. Non tanto nella portata delle innovazioni che stiamo vedendo quanto per la velocità con cui queste si susseguono e si supportano – e si cancellano – reciprocamente in tempi brevissimi, creando scenari di sviluppo esponenziale che si susseguono negli anni.

Restando in puro ambito tecnologico prendiamo ad esempio quello che oggi chiamiamo comunemente smart, intelligente. Oggetti, da piccolissimi e semplici a estremamente vasti e complessi. Oppure spazi come case, uffici, fabbriche, fattorie, negozi, stadi fino ad arrivare a intere città. A questi si sommano una moltitudine di altre “cose”, da quelle industriali a quelle più domestiche fino a quelle miniaturizzate potenzialmente da ingerire, in grado di collegarsi a Internet ed alimentare dati su diverse piattaforme.

Tutti stanno raccogliendo e condividendo costantemente informazioni per migliorare l’esperienza di chi entra in contatto con loro, creando nello stesso tempo le condizioni per nuove forme di monetizzazione di queste esperienze guidate dalla voglia di conoscere e condividere.

Per capire l’impatto di questa nuova era della connessione Eric Brynjolfsson e Andrew McAfee propongono una lettura nuova basata sullo Human Development Index.

Tralasciando i dettagli sul modello cerchiamo di dare una macro-lettura al fenomeno. Non servono grandi spiegazioni per vedere che, in termini di sviluppo, non è successo praticamente nulla per parecchio tempo. Se ripercorriamo la storia dall’inizio del grafico (invenzione di scrittura circa 2000 A.C.) ed attraversiamo l’emergere di molte civilizzazioni (egizi, cinesi, greci, Romani e molti altri), ci rendiamo conto che, pur essendo tutti eventi estremamente importanti nella storia dell’umanità, nessuno di questi eventi ha realmente accelerato lo sviluppo umano.

Poi, a un certo punto non molto distante da noi, tutto è cambiato. Il momento che Eric Brynjolfsson e Andrew McAfee identificano è molto preciso: la nascita del motore a vapore. È grazie a questa innovazione che l’uomo ha trasformato la sua capacità di fare lavoro fisico. E proprio come questa innovazione ha fatto in modo che una macchina ci aiutasse a superare i nostri limiti fisici, le tecnologie della trasformazione digitale ci aiuteranno a superare i nostri limiti mentali.

Stiamo infatti vivendo la prima era in cui capacità computazionale, dati, software e altre tecnologie avanzate sono in grado di svolgere al nostro posto lavori di tipo cognitivo. Ed esattamente come negli anni successivi all’invenzione del motore a vapore l’uomo ha preso oggetti di uso quotidiano e li ha re-inventati, con l’aggiunta dell’energia elettrica e della potenza meccanica, oggi stiamo modificando gli oggetti di uso quotidiano attraverso l’aggiunta di nuove tecnologie per consentire loro di superare i nostri limiti e aiutarci ad avere sempre un maggiore impatto, sul lavoro e sull’ambiente circostante.

E per quanto nuova sia questa era, ci possiamo accorgere di come queste nuove tecnologie renderanno possibile un nuovo salto nello sviluppo e nel progresso umano, inserendo intelligenza ovunque e rendendola in grado di interagire con noi.

Basta guardarsi intorno per cominciare a vedere auto a guida autonoma che migliorano la nostra capacità di muoverci riducendo drasticamente gli incidenti, assistenti virtuali che ci aiutano nelle nostre attività quotidiane aumentando la produttività e togliendo le attività inutili dalle nostre agende, cybermedicina e robotica che messe a contatto con i nostri corpi li misurano e migliorano consentendoci di vivere più sani e più a lungo.

 

Computers and other digital advances are doing for mental power what the steam engine and its descendants did for muscle power.

Brynjolfsson and McAfee, The Second Machine Age

 

Ed è assolutamente normale aspettarsi che questa nuova era agisca sul nostro tenore di vita esattamente come hanno fatto quelle precedenti: in meglio, portando enormi opportunità a chi è in grado di coglierle.

Purtroppo non siamo ancora in grado di prevedere precisamente dove questa transizione avrà maggiore impatto, ma è molto probabile che l’incredibile sviluppo delle tecnologie della trasformazione digitale consentirà di aprire un nuovo ciclo di generazione di enorme ricchezza e benessere.

Basta guardare i giganti tecnologici come Apple, Google, Amazon con i quali interagiamo ormai ogni giorno. Stanno dominando le loro rispettive industrie generando profitti mai visti prima attraverso la creazione di nuovi prodotti e servizi che mettono sempre l’utente al centro. Ma c’è di più. Con qualche anno di ritardo assolutamente normale, imprese molto più piccole possono scegliere cosa fare. Da un lato l’opzione di continuare con le soluzioni che hanno funzionato fino a ieri in modo apparentemente efficace ma che rischiano di non sopravvivere alla trasformazione in atto. Dall’altro quella di abbracciare finalmente il cambiamento e permettere al proprio business di svilupparsi, evolversi e internazionalizzarsi con l’aiuto dell’innovazione digitale. Di una cosa si può essere certi: chi scelgie la seconda strada ha enormi opportunità per sviluppare un vantaggio competitivo sostenibile che, nel medio periodo, significa risultati positivi, profitto e occasione di crescita.

E come sempre, quando le imprese accumulano profitti, una parte di questi viene ri-distribuita sotto forme diverse fra cui una delle più importanti è l’opportunità di interagire con queste.

 

Opportunity is missed by most people because it is dressed in overalls and looks like work.

Thomas A. Edison

 

Questo, in termini individuali, si chiama lavoro, occupazione, possibilità.

Senza lasciarci trasportare dalle suggestioni e dai preconcetti facciamo parlare i numeri in questo senso. Ma prima alcune semplici considerazioni che possono aiutarci a rivedere il nostro punto di vista.

La prima è l’estensione geografica del lavoro. Senza eccedere nella globalizzazione, da anni parliamo di Europa Unita, fra l’altro supportati da fattori quali la moneta unica e dalla presenza di alcuni paesi culturalmente “affini” al nostro. Ma quando pensiamo al lavoro troppo spesso restringiamo il contesto territoriale in maniera inspiegabile rendendo la ricerca inutile, per poi lamentarci della mancanza di opportunità. In Europa oggi ci sono almeno 10 capitali in grado di offrire lavoro, alloggio e una qualità elevata di vita , seppur diversa da quella a cui siamo abituati. Per pensarla così dobbiamo però superare alcuni limiti di natura mentale, cosa fra l’altro già fatta da milioni di italiani nel contesto molto più complesso delle varie ondate migratorie. Ma c’è poco da fare, in Italia si sta bene e lo dimostrano i diversi indici sulla qualità della vita dove ci piazziamo sempre piuttosto bene.

La seconda è la forma (o “il contratto”) del lavoro. Guardando questo aspetto in modo diverso ci rendiamo conto che il dibattito si sposta in realtà nell’equilibrio fra domanda e offerta. O ancora più in profondità sul concetto di impiegabilità. I dati di tendenza, in questo senso, parlano chiaro. Da un lato si stanno consolidando aziende enormi, leader nel loro mercato, con migliaia di dipendenti e brand fortissimi. Queste aziende sono capaci di attrarre i migliori talenti, assegnare loro progetti molto interessanti e pagare cifre inarrivabili per le imprese “normali”. Dall’altro lato ci sono invece un sacco di imprese più tradizionali che hanno terribilmente bisogno di nuove professionalità, che non possono però garantire continuità e copertura totale del tempo. Sono invece assolutamente in grado di sostenere un pagamento adeguato per prestazioni di qualità. Si tratta quindi di scegliere: essere tra i migliori nel proprio settore, in Europa e non solo in Italia per via del punto precedente, e cercare la via dell’occupazione “fissa” in cui l’azienda è così forte da prendersi cura anche della crescita professionale. Oppure diventare indipendenti sotto questo aspetto e rendere accessibile la propria professionalità in maniera flessibile, come un servizio, che è una delle modalità preferite dal mondo moderno. In mezzo, come spesso capita, si trovano cose interessanti ma anche un sacco di compromessi.

La terza e ultima è il contesto. Probabilmente non è lontano il futuro in cui l’espressione “lavorare nel digitale” sarà del tutto obsoleta. Sempre di più infatti le tecnologie digitali pervadono ogni aspetto dell’esistenza: da quelli più ovvi, come il mondo dell’industria, a quelli considerati più “tradizionali”, come ad esempio l’agricoltura. Le competenze richieste sono quindi sempre più estese e multidisciplinari, in una parola sempre più competenze di dominio. Questo implica conoscere un argomento in maniera estesa più che profonda, saperlo affrontare da diversi punti di vista e, soprattutto, essere in grado di generare un impatto nel settore in cui si lavora. Perde quindi senso parlare di Digital Marketing se non si riesce a spiegare, e misurare, l’impatto che si riesce ad avere sulle vendite. O parlare di Digital Manufacturing senza avere chiaro il proprio contributo nei processi di produzione. A breve chiameremo questi lavori solamente Marketing e Produzione, avendo finalmente digerito il fatto che esiste un solo nuovo ambiente dove fisico e digitale contribuiscono in maniera sinergica ai risultati di qualsiasi business, sono pertanto da considerare collegati e non più separati.    

Con questi presupposti c’è poco da girarci intorno: se ti vedi pronto in una delle nuove professioni abilitate dal digitale e vivi in un paesino sperduto dell’umbria, o cambi idea o cambi paese. Ed in ogni caso, probabilmente, dovrai anche pensare di farlo come freelance o perlomeno accettando dei contratti a tempo determinato.

Se si abbraccia questa prospettiva ecco i risultati.

 

Le stime sul numero di posti liberati dalla trasformazione digitale sono, come prevedibile, variabili. L’UE prevede che entro il 2020 sotto la voce digital si aprirà un numero di posizioni lavorative che va dai 500 mila ai 700 mila. Già nel 2015, nel Vecchio Continente venivano creati 1,3 milioni di posti di lavoro nel settore.
Il problema, semmai, è riuscire a trovare le giuste professionalità. Sempre entro il 2020, la Commissione europea calcola infatti che saranno circa 900 mila i posti di lavoro scoperti. Basti pensare che, già oggi, in 7 dei Paesi membri mancano all’appello 150mila professionisti del settore e che solo il 3,6% della forza lavoro europea ha una specializzazione tecnologica.
Ed a peggiorare queste stime la tendenza generale è quella di un calo degli iscritti alle facoltà tecnologiche.

 

In maniera più ridotta gli stessi risultati li abbiamo misurati in Italia attraverso una ricerca su 500 piccole e medie imprese che ha mostrato quanto, in questo momento, la domanda cominci a chiedere queste nuove professioni senza trovare ancora un’offerta in grado di bilanciare.
Riporto dalla ricerca solo questa infografica dove si evidenziano richieste di competenze di dominio specifiche legate all’e-commerce e al marketing ma, soprattutto, due professioni che ritengo le più interessanti da analizzare.

Se pensate infatti a come il digitale ha trasformato il nostro modo di vivere il mondo vi accorgerete che gli elementi chiave sono due: i dati e le interfacce. Non c’è da stupirsi quindi se fra le posizioni più ricercate oggi ci siano quelle che si chiamano Data “qualcosa” e UX “qualcosa”, dove Data e UX sono proprio i domini citati poco fa. Concretamente, di che professioni si parla?

Approfondiamone ad esempio due: i Data Analyst e gli UX Designer, proprio perché la nostra ricerca li evidenzia come posizioni richieste.

Ogni giorno produciamo una enorme quantità di dati, prodotti dai social network e da tutti i dispositivi hardware con i quali interagiamo ogni giorno. Gli esperti parlano di dimensioni che vanno dai GigaByte ai BrontoByte. La necessità di interpretare questi dati aumenta sempre più e prevede l’intervento di un professionista specifico: il Business Data Analyst, la seconda figura più ricercata dalle aziende.

Il Data Analyst è un professionista, con una serie di skill che permettono alle aziende di analizzare, aggregare i dati per creare nuovi modelli di business e generare vantaggio competitivo sul mercato. Le sue analisi, quindi coprono trasversalmente le unit aziendali, trasformando i dati in informazioni comprensibili.

Ma in pratica quali capacità deve avere il Data Analyst?

Il Data Analyst ha competenze gestionali, statistiche e comunicative. Nello specifico comprende l’origine dei dati e le eventuali possibili anomalie, li analizza all’interno del loro flusso informativo e applica modelli matematici e statistici per trasformarli in possibili azioni rilevanti per la sua organizzazione.
Tutti questi dati possono essere raccolti nei vari passaggi che ad esempio un utente compie in un negozio oppure, come visto prima, collezionati automaticamente da oggetti che fanno sempre più parte della nostra vita quotidiana. E proprio grazie a questi dati e alla capacità di “azionarli” siamo in grado di modificare l’esperienza utente. L’esperienza utente è il complesso insieme di percezioni, reazioni ed emozioni che una persona prova nell’interagire con un prodotto o servizio, il punto di contatto fra le aspettative e le soddisfazioni dei consumatori. Il Design della User Experience è una disciplina che studia l’esperienza degli utenti a partire dalle loro culture, attitudini e dalla realtà in cui questi vivono, al fine di fornire i migliori presupposti per un’esperienza positiva.


Lo UX Designer analizza e interpreta il comportamento degli utenti, le dinamiche e il contesto focalizzando la propria azione sulla costruzione di un’esperienza positiva per l’utente finale. Il suo obiettivo è migliorare la relaziona fra consumatori e prodotti: è l’anello di congiunzione fra i bisogni dell’azienda e i bisogni dell’utente.
Ha competenze che spaziano dalle preliminari ricerche comportamentali come le interviste dirette e gli user test, alla progettazione incentrata sull’utente, con strumenti come le personas, passando per scenari d’uso e user journey.
Molto spesso lo UX Designer si occupa anche dell’interfaccia realizzando sketch o prototipi basati sugli studi d’interazione. Il suo lavoro è quindi scandito da tre momenti: l’osservazione, la progettazione, il disegno.
Attraverso interviste, analisi statistiche, test di usabilità ed analisi raccoglie dati per studiare i bisogni degli utenti finali. Struttura, quindi, una strategia di engagement basata sull’analisi del pubblico da coinvolgere e sui canali da adottare, decidendo, infine, le modalità per misurare i risultati.

Alla base di queste due competenze di dominio ne esistono altre, alcune più hard ed altre più soft, che possono fare la differenza. Fra quelle hard vale la pena citare certamente la matematica, la statistica ed il coding che costituiscono le fondamenta di linguaggio essenziali (la grammatica) per poter affrontare queste nuove professioni.

Mentre fra quelle soft, necessarie per essere efficaci in azienda e produrre risultati, vale la pena citare quelle legate alle nuove metodologie e modi di relazionarsi. Fra queste spicca certamente  il movimento Agile, inteso però come modo di fare Business più che come semplice supporto allo sviluppo software. L’Agile raccoglie infatti in un’unica metodologia (ai confini della filosofia) tanti elementi necessari a portare la trasformazione in azienda: project e change management, comunicazione efficace e gestione del rischio, solo per citarne alcuni. Infine, parlando di trasformazione, seppur credo che si tratti di un ruolo temporaneo e destinato ad essere integrato nei prossimi anni fra quelli più generici di management, credo valga la pena citare il Chief Digital Officer.

ll Chief Digital Officer attraverso le più innovative tecnologie e metodologie digital, migliora i processi organizzativi, prodotti e servizi guidando le imprese nella digital economy. È l’esperto di digital transformation, lavora all’interno delle aziende o come consulente, è sempre aggiornato sulle ultime innovazioni e determina il cambiamento che è prima di tutto culturale, poi di business transformation.
Nello specifico agisce in costante equilibrio fra vision del top management e l’esecuzione della strategia aziendale che oggi non può essere separata da quella digitale. In questo senso in Chief Digital Officer comprende i diversi stakeholder mappando interessi, obiettivi e metriche di business, immagina le modifiche del business model dell’azienda e lavora ogni giorno per rendere efficace e sostenibile la trasformazione digitale.
Il Chief Digital Officer ha anche expertise in ambito tecnologico, competenze imprenditoriali, comprende i processi collaborativi, l’importanza dei Dati della User Experience e di lavorare in ottica agile.

Sono solo tre esempi ma credo che siano più che sufficienti a capire in che direzione si stia muovendo il mercato del lavoro. Un mercato che vede le professioni in grado di interpretare le opportunità offerte dal digitale sempre meglio posizionate in termini di possibilità e valori economici e che, nello stesso tempo, si sta rendendo conto di come la specializzazione, tanto richiesta qualche anno fa, si sia trasformata oggi nel primo nemico dell’innovazione. Nel nostro futuro sarà infatti normale che i lavori iperspecializzati e quindi riconducibili a processi stabili ed a basso vantaggio competitivo vengano quasi totalmente ricoperti da robot o intelligenze artificiali di varia forma complessità. Per questo credo che le professioni descritte sopra siano interessanti oggi ma in un certo senso già parzialmente superate. Se dovessi scommettere oggi dove andrà il mondo del lavoro in prospettiva a 5 anni, forse penserei di studiare robotica o intelligenza artificiale, ma questo è un’altro discorso.

 

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