Alla scoperta del significato di codesign insieme a Tommaso Sorichetti di Puntodock

Approcci, metodi e strumenti che permettono alle persone di trovare soluzioni collettive a problemi condivisi

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bbiamo intervistato l’eclettico Tommaso Sorichetti, ex studente di UX Design Master e cofounder di Puntodock, che ci ha parlato di codesign.

T: Puntodock aiuta le aziende a creare ambienti e processi per migliorare la collaborazione all’interno dell’organizzazione stessa. Visto la tua esperienza con aziende pubbliche e private potresti farci un esempio?

T: Mi cogli nel vivo. Da anni la gestione della complessità è una materia che mi affascina e mi porta a studiare e sperimentare. Con i miei colleghi di Puntodock abbiamo creato una realtà imprenditoriale che si muove proprio in questo ambito: come far collaborare le persone? Mi perdonerai se esagero portandoti due esempi. Il primo esempio viene da un’azienda privata che opera nella comunicazione web. Al loro interno avevano problemi a far dialogare i settori sviluppo, visual, copy e project management. Abbiamo lavorato insieme sull’emersione dei problemi, sulla gestione degli spazi e sulle prassi aziendali. Il risultato è stato che ognuno ha compreso il punto di vista altrui, gli attriti sono venuti a galla e con alcuni gruppi di lavoro abbiamo impostato delle strategie per risolverli, sia dal punto di vista fisico-spaziale, sia da quello relazionale e organizzativo. Esempio numero due, stavolta nel settore pubblico. Immaginate una Legge Regionale sulle Politiche Giovanili pensata e scritta dai beneficiari stessi, ovvero dai giovani in collaborazione con i tecnici della Regione. Ebbene sì, lo abbiamo fatto: c’è voluto tanto design del servizio, cioè progettare incontri tra giovani e tecnici, al fine di capire quali modalità operative usare per ottenere i risultati previsti. Ma come si suol dire il buon design è invisibile, e infatti il nostro lavoro come progettisti del processo e come facilitatori durante gli incontri sono stati di accompagnamento al ruolo da protagonisti mantenuto dai giovani, che con l’apporto dei tecnici regionali hanno dato vita a una “Wiki Legge”, come ha scritto Eticanews, che non ha precedenti.

T: I prodotti sono fatti di persone, ed è proprio qui che risiede la differenza fra tradizione e innovazione. Alla base della progettazione partecipativa c’è il Design della User Experience. Com’è cambiato il tuo approccio lavorativo dopo UX Design Master?

T: Detto in estrema sintesi, lo UX Design è composto da un ciclo di fasi reiterative di ricerca, analisi, definizione, ideazione, sviluppo, prototipazione e testing. Durante UX Design Master ho avuto l’occasione di approfondire gli aspetti che conoscevo meno, ovvero le parti iniziali e finali di questo ciclo, analisi e testing, che sono diventate parte dei servizi della mia azienda. Confrontarsi con professionisti, averli a disposizione per porre qualsiasi tipo di domande è molto prezioso, sia per chi si addentra per la prima volta in queste tematiche, sia per chi come me era interessato a studiarne alcuni aspetti per tradurli in una realtà imprenditoriale già esistente. Aggiungo anche un’altra questione: la formazione. Quando lavori, ogni azione che compi ha un potenziale lato formativo. Se non intraprendi il tuo mestiere in modo meccanico, le tue giornate saranno piene di occasioni per apprendere. Ma nella quotidianità, anche per risparmiare energie, si cede facilmente alla routine, e con le sue piccole e grandi emergenze il rischio è quello di ripetere gli stessi schemi mentali. Quindi, con fasi cicliche, sento il bisogno di calarmi in un’esperienza formativa totalizzante, come seminari, summer school, scambi tra pari, master. Riesco a farlo grazie al supporto che ci diamo a vicenda dentro Puntodock. E posso assicurare che l’esperienza immersiva offerta da TAG Innovation School, mattina e pomeriggio e perché no anche qualche nottata e fine settimana, ha ampiamente saziato la vorace fame di conoscenza, che nel bene e nel male mi accompagna da quando sono nato. Poi, si sa, la fame torna sempre.

Tra la struttura e il caos, scelgo il codesign: un approccio, un metodo e una serie di strumenti che permettono alle persone di trovare soluzioni collettive a problemi condivisi.

T: Ultimamente Puntodock sta sviluppando Spazio Collaborativo: un servizio che coniuga complementi infrastrutturali, formazione e consulenza. Com’è nata quest’idea? Qual è l’obiettivo di questo progetto?

Poco tempo dopo la nostra costituzione, ci siamo accorti che non bastava vendere consulenze. Per sostenere le organizzazioni nel passaggio da una struttura ipergerarchica a una più orizzontale e collaborativa, serviva anche formare cultura. Quindi abbiamo aperto un blog, creato contenuti, investito in comunicazione, abbiamo partecipato a eventi e seminari, portando la nostra visione e la nostra esperienza. È stato bello vedere temi e comunità – liquidi, come li definirebbe Bauman – che nel tempo si sono evoluti anche con il nostro piccolo contributo. Ora, dopo sei anni dalla nascita di Puntodock, abbiamo avuto un’altra evoluzione, partita da un’esigenza interna d’innovazione e da alcune evidenze esterne. Mentre il trend topic è il digitale, in apparente controtendenza abbiamo deciso di creare un supporto fisico alla collaborazione. Porto tre dati, tanto per capire che la ricerca di cui parlavo prima non la facciamo solo per i clienti, ma anche per noi stessi:

  • il 70% dei membri dello staff di grandi aziende italiane dichiara di ottenere migliori performance lavorando in team;
  • nelle organizzazioni in cui sono presenti anche spazi pensati per la collaborazione e il lavoro in gruppo, la capacità di innovazione delle persone aumenta di 5 volte;
  • nonostante i due dati precedenti, l’80% delle aziende italiane non ha ancora investito per rendere i propri spazi più adatti alla collaborazione.

Partendo da questi e altri dati, abbiamo definito Spazio Collaborativo, un servizio che aiuta le organizzazioni a creare ambienti e processi che riescono ad abilitare la collaborazione. Spazio collaborativo si configura da una parte come allestimento di spazi con elementi modulari e interattivi, dall’altra come formazione e consulenza organizzativa su risorse umane, service, Interaction e UX Design. Ci siamo resi conto che sia le aziende che investono in smart working digitale (circa il 30% delle PMI italiane), sia quelle che non fanno alcun tipo di innovazione organizzativa, sarebbero aiutate molto da un supporto fisico, oltre che di conoscenza, che incentivi la collaborazione in azienda, per migliorare i risultati e il posizionamento sul mercato.